Correre, bhà! Fino poco tempo il mio approccio con la corsa era di questa natura… indefinita. Non sapevo nemmeno cosa pensare, non avevo proprio idea di cosa significasse. Intendiamoci, non che adesso lo sappia, non sono assolutamente un runner professionista ma uno zampettatore occasionale che pensa di aver trovato lo sport che fa per lui. Pochi giorni fa è piovuto, la stagione è questa e bisogna mettersi l’anima in pace. Non ho mai corso mentre piove, è sempre stata la scusa per non uscire, per oziare o far altro. Nonostante abbia tutto il necessario per uscire con la pioggia non ha mai avuto voglia di provare. Ma qualche giorno fa l’ho fatto, me lo sono imposto. Esco dall’ufficio, vedo tante persone che vanno nel senso opposto al mio. Vado verso il parco Mattei, e mentre attraverso la pista intravedo le solite facce che vedo negli spogliatoi. Ed io che pensavo di essere l’unico zulù che si mette a correre in un lunedì così incazzoso, pensavo già di far esercizio per la metà del tempo. Indosso il mio completo, allaccio le scarpe, infilo il k-way e lego l’iphone al braccio. Endomondo inizia il conteggio dei 5 minuti dedicati allo stretching. Intanto intravedo da lontano le solite sagome, le vedo e sento passare, ormai il passo lo riconosco. Gente che in un anno fa tanti chilometri a gambe quanti ne faccio a stento in macchina, e non esagero. Inizio a correre, e subito la strana sensazione di bagnato attira completamente la mia attenzione, generalmente rivolta a seguire il passo lento ed innaturale di una partenza da riscaldamento. Dopo poche centinaia di metri la marcia è quella da crociera, la pioggia scende copiosa, lo scròscio delle gocce sui miei vestiti è un rumore forte e irregolare, che fa a pugni con il tonfo pesante e monotono dei miei passi sull’asfalto. La sensazione è stupenda, non l’avrei mai detto e mai immaginato. Quasi non vedo, i miei occhi sono due piccole fessure che intravedono i soliti punti di riferimento in un percorso ormai più che familiare. Giro dopo giro, km dopo km, non posso far altro che continuare a pensare a quanto trovo naturale correre in quelle condizioni. Da buon corridore medio corro per distendere i nervi, uso la corsa come naturale valvola di sfogo, per trarre il massimo beneficio dal rilascio della nostra droga naturale, rilasciata dall’ organismo solo dopo uno sforzo prolungato e costante. Endomondo sussurra qualcosa, so che sono a metà strada ma penso che non è possibile. I polpacci non mi fanno male, e questo non è mai successo. Il fiato non è corto, non posso essere a metà percorso e non avvertire i miei classici dolori da sportivo spinazza quale sono. È la pioggia, ne sono certo. In rapida successione continuo a pensare alle cose che vorrei fare e che non faccio per mancanza di tempo. Mi viene voglia di scrivere un articolo sul blog, di correre anche un’oretta durante il weekend, di provare a cucinare il brasato senza sprecare il barolo. E poi penso al senso di quello che sto facendo, al motivo per cui corro e per chi lo faccio. Da diverso tempo mi sforzo per cercare di migliorare i miei tempi, ancora troppo alti per uno che corre da ormai 1 anno, ma la probabile (certa) mancanza di disciplina fanno sì che il mio corpo risponda violentemente ad ogni mio sforzo aggiuntivo, anche perchè questo è fatto senza una adeguata preparazione. Quando scendo sotto i 5’15 inizio ad avvertire i primi dolori addominali, il fastidioso irrigidirsi dei muscoli del collo, insomma il corpo mi fa capire che la sto facendo fuori dal vaso. Come se non bastasse un lancinante mal di testa post workout mi ricorda che la prossima volta potrà essere solo peggio. Ecco, mentre corro sotto la pioggia mi sono detto “ma chi me lo fa fare”! Il mio passo non è quello, non è quello sotto i 5’15. E poi perchè seguire quel numero, perchè seguire i numeri se la cosa non mi fa correre con il sorriso stampato sul viso. Mi è tutto chiaro, rallento e mi do dello spupido per non aver rallentato prima, ma non mi sembra di averlo fatto, continuo a correre ed ormai Endomondo si è stufato di ripetermi che ho finito l’allenamento. Sono arrivato davanti alla porta d’ingresso dello spogliatoio ma non riesco a dire basta a quella sensazione di naturalezza mai provata, e che ho paura di non ritrovare la prossima volta. Continuo e completo il giro, ed un’altra volta ancora. Orai è tardi, mi dico, dopo tutto sono qui durante la mia pausa pranzo e devo rientrare in ufficio, ma nello spogliatotoio sotto la doccia calda penso già a cosa fare appena rientro dal cliente. Chissà se il meteo dà pioggia per dopodomani.